Manovra fantasma umilia il Parlamento. Assenti membri del governo e parlamentari leghisti in piazza con Salvini. Tria isolato. Speranza: far ripartire lavoro e redditi. Fassina: una strada alternativa era possibile

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Una brutta giornata, un insulto al Parlamento, alla democrazia. La manovra fantasma presentata alla Camera dal governo gialloverde umilia i deputati, in primo luogo quelli della maggioranza, grillini soprattutto, considerati come automi o, peggio, dei burattini da manovrare a piacimento dei capi, Salvini e Di Maio. Tanto che per i deputati della Lega è più importante recarsi a Piazza del  Popolo, il dibattito alla Camera può attendere e far cerchio intorno al loro capo Salvini, che indossa   il giubbotto della polizia, poi se lo toglierà per avvolgersi in un maglione blu. Ministri e sottosegretari, insieme a sindaci con tanto di fascia tricolore, deputati e senatori sembrano dimenticare i il ruolo che ricoprono, quello di rappresentare il popolo italiano. E mentre l’Italia, sì l’Italia, sono le parole del Presidente della Repubblica, piange i giovani morti a Corinaldo, la discoteca in provincia di Ancona, a Piazza del Popolo, nella capitale, come raccontiamo  in altra parte del giornale, a gloria di Salvini  si levavano le note di Turandot, le romanze di Giacomo Puccini, quel “Vincerò” dal “Nessun dorma”. E Salvini chiedeva al “suo” popolo di affidargli il mandato di trattare con Bruxelles. Ma non è Conte che tratterà, come hanno deciso lui e Di Maio? Certo, prima il capo della Lega aveva espresso dolore per la strage annunciando che si sarebbe recato all’ospedale di Ancona, ma invece di un tronfio comizio  poteva rivolgere solo un saluto a chi lo ascoltava a Piazza del Popolo. Così, diciamo, avrebbero dovuto fare i partecipanti di altre  manifestazioni, quella dei No Tav a Torino, molto partecipata, e a Melendugno contro il gasdotto Tap che dalla Russia arriverà in Puglia.

Si avvicina il giorno in cui la Ue dovrà decidere sulla procedura di infrazione

È in questo quadro che occorre guardare a quanto sta accadendo in Parlamento, alla manovra di Bilancio di cui si sta parlando da ormai molti mesi, da quando il governo gialloverde deve mettere a punto il Def, l’aggiustamento del documento di economa e finanza, base della manovra di Bilancio. Def bocciato dalla Commissione Ue che ha invitato il governo italiano a riscrivere il documento altrimenti verrà aperta la procedura di infrazione per debito eccessivo. Il 19 dicembre è il giorno in cui a Bruxelles verrà presa la decisione, a meno che non si trovi in extremis un accordo. Come è noto, titolare della trattativa, per decisione di Salvini e di Maio, i due vicepremier, hanno deciso, è Conte, il presidente del Consiglio, esautorando, di fatto, il ministro dell’Economia, Tria, che fino ad oggi ha tenuto i rapporti con i Commissari. Della massima importanza sarebbe stata l’approvazione della manovra di Bilancio nelle due Camere, restituendo ruolo e funzione al Parlamento. Non solo. Ciò non avverrà e Conte si presenterà a mani vuote alla riunione del Consiglio Europeo che si svolgerà nei giorni 12 e 13, a Bruxelles, nel corso della quale dovrebbe incontrare  il presidente Juncker. Ad aggravare la situazione il fatto che la Camera ha approvato una manovra di Bilancio fantasma.

Al Senato l’ultima parola su “quota cento” e reddito di cittadinanza

Mancano i problemi più importanti, determinanti, la “quota cento” che riguarda le pensioni, appannaggio di Salvini e il reddito di cittadinanza, che sta a cuore del Di Maio. La Camera, con il voto di fiducia ha approvato l’emendamento presentato dal governo, poi  in extremis, ha dato il via libera all’intera manovra con 312 sì e 146 no. Appunto, manovra fantasma, spetterà al Senato riscriverla, inserendo i due problemi sui quali Salvini e Di Maio si guardano in cagnesco, malgrado cerchino di apparire, all’esterno, pappa e ciccia. Le promesse elettorali, appunto, “quota cento” e “reddito di cittadinanza” che devono portare a casa e che fanno parte della disputa sui “numerini”. Tria, di fronte a questa situazione, assisteva al dibattito  a Montecitorio, solo soletto, nel banco del governo. Non una parola, non un cenno, un movimento. Nessuno che gli si è avvicinato salvo i giornalisti e le sue risposte alle domande che gli sono state rivolte un capolavoro da  far invidia a Monsieur De La Palisse che, si dice, non rispondesse  mai a tono. Dice Tria, sempre più con aria triste e sconsolata: “Stiamo studiando tutte le opzioni, stiamo vedendo gli spazi finanziari e facendo le stime dettagliate”. E con questa non risposta se la cava a fronte di una domanda precisa, se il governo era al lavoro per presentare un nuovo documento sul Bilancio. Gi chiedono se c’è accordo politico su un nuovo quadro della manovra e Tria risponde: “Certo che ci vuole l’accordo della politica”. Ancora: “Tutto quello che arriva riguardo alle modifiche arriverà per forza al Senato. dopo è finita”. Infine gli viene chiesto se un accordo con la Ue sia possibile. Risposta: “Dipende da quello che si deciderà da una parte e dall’altra”. Nessun commento. La solitudine di Tria si commenta da sola.

Il no delle opposizioni alla manovra dei gialloverdi. Comizi di leghisti e pentastellati

Nel dibattito in Aula le opposizioni, da Leu, Speranza e Fassina, al Pd, con Delrio, a Forza Italia (Gelmini), a Fdi (Crosetto), annunciano il  no alla manovra. “Il paese avrebbe avuto bisogno di una manovra vera capace di far ripartire il lavoro e i redditi. Invece – afferma Roberto Speranza, coordinatore nazionale di Mdp, deputato di Liberi e Uguali – ci ritroviamo qui l’8 dicembre a discutere di uno scatolone vuoto in cui non si sa ancora quale sarà realmente il rapporto deficit-pil e il contorno almeno delle principali iniziative che avete deciso di mettere in campo”. “Noi – ha proseguito Speranza – abbiamo costruito una controproposta: un grande piano verde per la messa in sicurezza del Paese, un investimento reale sul welfare, sulla sanità pubblica come leva straordinaria per l’eguaglianza in questo paese e la progressività fiscale come strumento per costruire un’Italia più giusta”. Stefano Fassina, Liberi e Uguali, nella dichiarazione di voto afferma che “la Manovra perde il segno espansivo e in più carica famiglie, imprese, conseguenza degli effetti dell’impennata dello spread. Una strada alternativa era possibile: l’extra-deficit definito dall’obiettivo del 2,4% del Pil sarebbe dovuto andare sugli investimenti pubblici in piccole opere, in particolare nel Mezzogiorno in condizioni drammatiche. A tal fine, nei nostri emendamenti abbiamo proposto un ‘Green new deal’ e il ‘Lavoro di Cittadinanza’. Ma non abbiamo trovato attenzione. Il Governo del cambiamento è il Governo della continuità. E stanno rendendo più forte chi vuole dimostrare che non c’è alternativa all’europeismo liberista”.  Delrio (Pd):  “Tre settimane alla fine dell’anno e non c’è la legge di Bilancio, una cosa mai vista. Tria può dire a Di Maio e Salvini ve l’avevo detto. Avremo una ‘manovrina’ in Senato, forse il reddito di cittadinanza a marzo o aprile, forse le pensioni di cittadinanza a poche persone. Nella Manovra ci sono contenuti falsi, nessun dato vero, nulla sulle due misure principali”. Crosetto (Fdi): “Non condividiamo la manovra, non la votiamo. Sarebbe difficile fare diversamente. Non ne condividiamo lo spirito. Il problema da affrontare: la crescita e il lavoro”. Gelmini accusa: “Avete tenuto in ostaggio quest’aula per settimane a causa delle vostre divisioni e contraddizioni nel tentativo di trovare un compromesso”. Per quanto riguarda gli interventi di deputati della Lega e dei Cinquestelle nessuna argomentazione. Solo dei comizi, e di bassa lega. Appunto.

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