La città e lo show, due volti del tifo   E l’Arechi diventa un palcoscenico

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Una delle coreografie storiche della Curva dell’Arechi: campionato 2014-2015, Lega Pro, partita contro la Casertana LAPRESSE

Qualcuno ha pensato di organizzarci il proprio funerale. Tra mill’anni, per carità. Salvatore Orilia, per esempio. Ha fondato e presiede il Salerno Club 2010 e vuole essere salutato là, sul consunto prato del Donato Vestuti. Intanto ci organizza le feste di fine stagione. «Vengono in dodicimila, poi magari arriva la polizia e dice che è tutto inagibile. Ma a quel punto come fai a mandar via la gente?».

Appartenenza. Pare che a Salerno non sia passata la grande crisi del calcio: le dirette televisive, l’overdose di immagini, lo spread tra le squadre maggiori e il resto del popolo. Oddio, un po’ sì: due fallimenti e rinascite del club nel giro di un lustro pesano sul ricambio generazionale del tifo. «Però Salerno è particolare. La squadra si vive nella quotidianità, fa parte del dialogo tra due che s’incontrano, ci pensi prima di addormentarti», racconta Andrea Criscuolo, che è avvocato e possiede il linguaggio per dirlo. Oltre al simbolo del cavalluccio marino tatuato sul braccio, che lo costringe a indossare la giacca quando entra in tribunale anche con quaranta gradi. «Appartenenza. Da portare sempre con sé, appiccicata e incisa».

centenario. Fai un giro in strada e capisci come qui, città portuale, commerciale, serena e grande, da oltre 130.000 abitanti, abbiano in testa nel mazzo di tutte le questioni importanti anche i cent’anni della squadra, che arriveranno il 19 giugno, e casualmente anche la speranza, in teoria impronunciabile ma in realtà no, della contemporanea promozione. Sarebbe la terza volta in Serie A (più una presenza nella Divisione Nazionale subito dopo la guerra) e sarebbero vent’anni dall’ultimo campionato lassù in cima. L’identificazione tra luogo e società è estesa, orizzontale e verticale. Orilia apre le porte della sede del club e ci trovi dentro l’avvocato e un ex presidente della Provincia, Andrea De Simone, e un giornalista, Enzo Sica. Potresti trovarci molti altri tipi di persone. Sono un’ottantina e formano giusto uno dei tanti circoli di sostenitori della Salernitana. Organizzano celebrazioni, ritrovi ma anche attività sociali. Vanno in giro a riconquistare territori e coscienze. Nel Salernitano vive un milione di persone: più vai verso sud e più tifosi granata trovi, più vai verso nord e più avverti l’influenza del Napoli.

Naturale. Ma poi Salerno non finisce qui. Anzi, la parte più visibile è quella nell’ombra. Sono i tifosi giovani dei quartieri popolari, la ventina di gruppi ultrà che sembra voglia stare nascosta e saltar fuori quando serve, colpire la fantasia e andarsene. Invece li trovi sul lungomare a sfruttare il sole insistente e l’aria tiepida, a dipingere sulla stoffa, a incollare carta colorata. Una volta tra questi c’era, e lo racconta con l’orgoglio del veterano, Angelo Caramanno, ora assessore allo sport. La Curva Sud Siberiano dell’Arechi (stadio della Salernitana dal 1990), intitolata per volontà popolare a un leader scomparso, è diventata il palcoscenico delle coreografie più brillanti, sorprendenti e virtuose che il calcio conosca. Scritte enormi, bandiere animate. Uno smile circondato da cerchi concentrici bianchi e granata che occupa l’intera gradinata, e sotto la scritta “Yes, I’m happy”. La celebre scacchiera gigante bianca e celeste con lo striscione “10 piani di morbidezza” quando incontrarono il Napoli. Forse offensivo, ma tutti si divertirono un mondo.


L’ex sindaco però boccia l’allenatore

Aniello Salzano, l’ex sindaco di Salerno

Poi non è che il metodo Colantuono piaccia a tutti. Ah, l’avevate capito? A Salerno l’intensità dell’affetto per la squadra è direttamente proporzionale alla voglia di non illudersi troppo. Un esempio: parlate con Aniello Salzano, tifoso dagli ampi interessi culturali. Ampi e variegati. E’ un professore universitario emerito, di lingua e letteratura latina prima, di letteratura cristiana antica in seguito. Negli anni Ottanta è stato sindaco e adesso scommette sui campionati esteri. Moderatamente: «Due o tre euro e mi trastullo a mettere in fila un po’ di risultati». Gli è capitato di azzeccarne anche tredici-quattordici in fila. «Però è un po’ di tempo che non sono fortunato».
Salzano è stato sindaco di Salerno negli anni Ottanta. Ha dato il via al progetto dello stadio Arechi, intitolato a un duca e principe longobardo della città, che poi ovviamente è stato inaugurato da un’altra amministrazione con tanto di partita della Nazionale. Oggi fa parte della cordata degli scettici: «La società ha solide basi, Lotito e Mazzaroma hanno compiuto notevoli sforzi. Non pretendo di rivedere la Salernitana del presidente Aliberti (a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, ndr), che quando doveva prendere un giocatore faceva come i carabinieri, chiedeva informazioni fino alla settima generazione. Ma mi è bastata mezza partita per convincermi che con Colantuono non arriveremo in Serie A. E’ un difensivista, non sa osare, con lui si spera di fare un gol e niente di più. Non so come mai sia stato scelto: può essere che Lotito e Mezzaroma abbiano dato ascolto a qualche consigliere e hanno sbagliato».

fonte.corrieredellosport

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