Con Mowgli di Andy Serkis Il Libro della Giungla si fa dark

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«Questo film è nato prima della Brexit e prima che Donald Trump diventasse Presidente degli Stati Uniti ma nella scena in cui Mowgli si rivolge agli esseri umani in cerca di aiuto e loro lo rinchiudono in una gabbia, ho rivisto il mondo di oggi, la paura dell’altro che vediamo crescere sempre di più attorno a noi».

Andy Serkis non la pensava così quando ha iniziato a girare “Mowgli, Il figlio della giungla”, il film disponibile su Netflix a partire dal 7 dicembre che racconta la maturità del celebre personaggio di Rudyard Kipling. Serkis però ha voluto fin da subito rimanere fedele all’originale letterario, molto più di quanto è stato fatto al cinema nel passato, dal 1967 a oggi. E questa scelta, spiega, si è rivelata lungimirante.

«La nostra è una versione dark del Libro della Giungla», ha raccontato quando lo abbiamo incontrato a Londra. La storia inizia proprio con il piccolo Mowgli, salvato da Bagheera, che lo porta in salvo dalle fauci di Shere Khan. Il neonato viene accolto una famiglia di lupi e qui cresce fino a 14 anni, quando insieme ai suoi fratelli deve dimostrarsi pronto alla caccia. Un impatto, quello con la realtà, che non farà sconti. La giungla, spiega Serkis, è un posto idilliaco ma è anche molto pericoloso, e per questo il protagonista non è circondato da animali che cantano e ballano ma corre a quattro zampe come un lupo, con il corpo sempre sporco di fango e uno sguardo quasi più ferale che umano.

Bersaglio centrato, quest’ultimo, grazie alla bravura del talentoso Rohan Chand, oggi 14enne ma nemmeno 11enne ai tempi delle riprese. «Sono contento di essere finalmente un teenager, ho più libertà», ha raccontato il giovane attore che sogna una parte in Star Wars e sul set ha recitato insieme allo stesso Serkis (Baloo), a Christian Bale alias Bagheera, a Cate Blanchett ovvero il pitone Kaa e a Benedict Cumberbatch dietro le fauci di Shere Kan. «Mowgli ha dovuto maturare prima del tempo perché ha vissuto coi lupi e loro crescono più rapidamente di noi essere umani. Sta facendo fatica a trovare il suo posto perché vive in bilico tra due mondi».

Due realtà, quella animale e quella umana, che stanno cambiando, concorda il regista, ma il messaggio, aggiunge, è molto contemporaneo nonostante la storia sia è ambientata nell’India di fine Ottocento. «C’è molto dibattito sull’identità oggi – spiega Serkis – ci sono milioni di rifugiati senza casa, adolescenti che non sanno come collocarsi nella società. Mowgli simbolizza queste grandi domande e fornisce una sua risposta: non dobbiamo farci etichettare da definizioni che non ci rappresentano, sta a noi scoprire e decidere chi siamo».

Un concetto che Eddie Marsan, il lupo-padre adottivo di Mowgli, ha descritto così: «La mia vita è stata un viaggio inaspettato: a 15 anni ho lasciato la scuola senza un diploma e poi sono diventato attore, non avevo previsto niente di tutto questo. Una delle tre verità del buddismo ci dice che l’identità, l’idea che abbiamo di noi, è un mito, qualcosa che non esiste nella sua stabilità ma cambia insieme al mondo in cui viviamo. Oggi questo mondo è diventato più piccolo e la nostra identità viene ripetutamente messa in discussione. Il populismo sta avendo la meglio perché mente e ci dice che possiamo rimanere fedeli a quel mito identitario. Mowgli invece trova la forza di rifiutare queste etichette, è un bambino che trascende se stesso».

Il film, girato in studio a Londra, Los Angeles e all’aperto in Sudafrica, si avvale di una componente fondamentale, quella tecnologica: l’obiettivo di Serkis, infatti, è stato quello di utilizzare la performance capture (modalità in cui l’attore indossa una serie di sensori che rilevano e riproducono i suoi movimenti) per far sì che la connessione emotiva tra gli animali e il bambino fosse il più forte e verosimile possibile. «La sfida non è stata semplice – spiega il regista – questa volta non dovevamo creare il muso di una scimmia (come nel Pianeta delle scimmie, ndr) che è molto simile a quello umano, ma una tigre, un orso e dei lupi, che hanno muscoli e fisionomia molto diverse dalle nostre. Per esempio, avevamo sempre davanti a noi l’immagine di Christian Bale da una parte e quella della tigre dall’altra e le abbiamo avvicinate fino al perfetto punto di contatto, quello che ora mi permette di vedere in Bagheera l’espressività dell’attore che la interpreta».

Gli intoppi nel rilascio del film, nato per il grande schermo in casa Warner, messo in stand-by quando Disney ha annunciato l’uscita due anni fa della sua versione per famiglie, e acquisito da Netflix per il la tv alcuni mesi fa, si sono rivelati positivi secondo il regista, che ha avuto più tempo per lavorare sugli animali. «Per il 70% di questo film li inquadriamo da vicino, non ci focalizziamo mai sulla spettacolarizzazione della giungla ma sulla parte drammatica della narrazione ed è per questo che Netflix può essere più efficace». La premiere mondiale a Mumbai, aggiunge, è stata la ciliegina sulla torta.

Ti sei mai sentito a disagio come Mowgli, in cerca della sua identità, chiediamo al giovane Rohan. «Sì – risponde di getto, quasi sfogandosi – i social media fanno grande pressione su noi adolescenti. Sentiamo il peso di dover essere o apparire in un certo modo per appartenere alla comunità. Mowgli ci dimostra che non siamo obbligati a seguire quel percorso ma possiamo scegliere la nostra strada e rimanere fedeli a noi stessi».

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