Le “Canzoni scordate” di Incudine: poesia, emozioni e ospiti a sorpresa

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IMG_8023di GIGI RAZETE

Nella poliedrica ed esuberante attività che lo vede impegnato nella musica e nel teatro, nella tradizione popolare come nella canzone moderna, Mario Incudine non dimentica di ritagliarsi ogni tanto una pausa da dedicare al proprio lato più intimo, pacato e nascosto, ripescando dal suo vastissimo repertorio quelle “canzoni scordate”, come titola il concerto reso venerdì al Blue Brass dello Spasimo, che raramente trovano spazio nei suoi spettacoli. Forse è un modo per “riaccordarsi” e riappacificarsi con se stesso, come sostiene l’artista ennese, o forse è l’occasione per soffiar via la polvere dell’oblio da canzoni che se ne stanno dimenticate in un cassetto da così tanto tempo che si può dimenticarne la giusta accordatura (e quindi “scordate”). Canzoni, però, che Incudine deve amare in modo particolare perché traboccanti del vissuto di chi le ha scritte o cantante molte volte.

Un viaggio nella memoria, dunque, lungo il quale Incudine ricorda l’inganno degli anni che passano ma anche il desiderio che il tempo non cancelli la gioia di vivere (“Tenimi l’occhi aperti”), l’incertezza del domani e la malinconia per la lontananza (“Quasi luna piena”), la solitudine di notti insonni spese nel fervore di trovare parole e sentimenti difficili da esprimere di giorno (“Due di notte”, improvvisata in coppia con Anita Vitale). In questa confessione in musica c’è anche spazio per ricordare Domenico Modugno, con una asciutta e dolente “U pisci spata”, e Nino Rota (sua la musica di “Brucia la terra”, su testo del catanese Kaballà). Le emozioni di Incudine fluiscono tra serenate (“Donnafugata”) e rose del deserto (“Zorath ariha”) e si schiudono al pubblico con una sorta di pudore che le rende sincere e vissute, magnificamente sottolineate dalla suggestione sonora (sporcata, però, da una amplificazione di gusto rock, piuttosto che acustico) sortita dai virtuosi della sua band: Antonio Vasta, piano e fisarmonica, Antonio Putzu, fiati, Emanuele Rinella, batteria, Pino Ricosta, contrabbasso, e Manfredi Tumminello, chitarre.

La conclusione vede sul palco Paride Benassai, altro ospite a sorpresa, il cui intenso monologo si abbarbica a “Vitti ‘na crozza”, cantata da Incudine in una versione che restituisce al brano tutta la sua drammaticità. Suoni, poesia ed emozioni. (foto di Arturo Di Vita)

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