«Dc, socialisti, Radicali e Berlusconi: tutti hanno trattato con la mafia»

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REGGIO CALABRIA «Da quando io ho avuto a che fare con la mafia c’è sempre stata la politica di mezzo. Prima c’erano i democristiani, poi i socialisti, poi il Partito radicale, poi Berlusconi». Lo afferma con la sicurezza di chi per buona parte della propria vita ha «respirato Cosa Nostra ventiquattro ore su ventiquattro» il pentito Pasquale Di Filippo, uno dei mafiosi “riservati” che negli anni Novanta rispondeva solo ai massimi vertici dei clan palermitani e ne conosce molti dei segreti. Per questo oggi è stato chiamato a parlarne in aula al processo “’Ndrangheta stragista” che alla sbarra vede i boss Rocco Filippone e Giuseppe Graviano, accusati di essere i mandanti degli attentati ai carabinieri che per il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo rientrano a pieno titolo nella “stagione degli attentati continentali”, con cui le mafie hanno cercato di imporre nuovi e più affidabili rappresentanti politici. Una strategia – è emerso udienza dopo udienza in dibattimento – da uomini senza volto e senza nome per la maggior parte dell’organizzazione, riservati, alle dirette dipendenze dei vertici dei clan.

UN RISERVATO ALLA CORTE DI BAGARELLA «Nel 1994 – ricorda – sono diventato un uomo d’onore riservato, perché Bagarella ha voluto così. Nessuno doveva sapere niente di me, tranne lui Messina Denaro, Mangano, Grigoli, Calvaruso e Pizzo». Sono gli anni delle stragi, del “patto” – così lo definisce – fra Cosa Nostra e la politica, e lui, genero del “re della Kalsa” Masino Spadaro e in diretto contatto con Leoluca Bagarella, è stato testimone privilegiato. «Ho fatto cose più delicate e importanti non essendo uomo d’onore rispetto a quando lo ero. Sono stato dieci anni senza esserlo, ma facevo, ad esempio, da tramite fra carcere e fuori, muovevo i beni dei mafiosi, partecipavo a riunioni mafiose con mio suocero».

IL CAPO DI COSA NOSTRA Ed era uno dei killer di fiducia di Bagarella, il vero capo di Cosa Nostra dopo la caduta di Riina. «Provenzano non contava niente nei confronti di Bagarella. Se io dicevo qualcosa a lui, prendeva lui le decisioni». Addirittura, aggiunge il pentito, i capi mandamento davano del “Vossia” a Bagarella in segno di assoluto rispetto. «E se a lui non andava bene qualcosa li faceva fuori». E Di Filippo era uno dei pochissimi ad avere accesso a riservatissime riunioni con lui. «Con Bagarella – spiega – si parlava uno per volta. Solo in casi eccezionali ci si vedeva tutti in salone, ma solo per cose meno importanti».

COLLABORAZIONE PREZIOSA Un rapporto costato caro al boss. È stato proprio Di Filippo ad indicare agli investigatori come scovarlo. «Ho detto che l’autista di Bagarella era Tony Calvaruso e bastava seguirlo per prenderlo, come poi è avvenuto». E non è l’unica informazione importante che abbia fornito. «Nel ’95 nessuno sapeva niente su mandanti ed esecutori delle stragi di Roma, Firenze e Milano, così come su una cinquantina di omicidi. Ho detto chi è stato a fare le stragi, a uccidere padre Puglisi. Ho riferito che era stato Grigoli, all’epoca persona incensurata e che aveva pure il porto d’armi».

TUTTA LA MAFIA VOTAVA BERLUSCONI Ma Di Filippo è un collaboratore prezioso anche perché conosce – e oggi può raccontarlo – la natura più intima dei rapporti fra Cosa Nostra e politica. «La mafia in Sicilia ha sempre convissuto con la politica. In Sicilia non sale un partito se non è d’accordo con la mafia. Può succedere, ma poi la mafia ci mette sempre qualcuno là dentro. Non c’è politica senza mafia, non c’è mafia senza politica, altrimenti non funziona». E negli anni Novanta, la politica significava Berlusconi e il suo nascente partito, Forza Italia. «Tutta la mafia si è adoperata per far salire loro, perché ci doveva aiutare. Dal carcere mi hanno comunicato chi dovevo votare». E forse ancora prima che l’esistenza del nuovo partito fosse nota ai più. «Se ci sono elezioni nel ’94, nel ’93 si sa già chi dobbiamo votare» sottolinea.

IL PATTO Con Berlusconi – dice – «c’era un patto. Bagarella forse non ha usato questa espressione, ma se un politico si mette d’accordo con un boss, non è un patto?». E tutti o quasi tra i vertici dell’organizzazione ne erano informati. Di certo lo era Di Filippo che proprio per questo ha presentato a Bagarella precise rimostranze. «Mio suocero – ricorda in aula – era detenuto a Pianosa, dopo la strage di Falcone e Borsellino. Io andavo a colloquio. Non erano trattati bene, stavano male, subivano percosse e volevano che si togliesse il 41 bis e chiudesse il carcere di Pianosa. In un incontro con Bagarella, gli dico “Scusa, Luca noi abbiamo votato Berlusconi, con la promessa che ci doveva aiutare, perché non ci ha aiutato? Perché tutti stanno a morire?”. E lui mi ha detto “Lassalu iri, poi quando può ci aiuta”». Ad ostacolarlo all’epoca sarebbero stati «due politici che lo stanno osservando» di cui Bagarella non avrebbe fatto il nome, ma «lui mi ha detto che avrebbe mantenuto gli impegni».

VAGLIA PER IL PARTITO RADICALE Prima di Berlusconi, anche il partito radicale di Marco Pannella avrebbe ricevuto l’appoggio dei clan. Anche economico. «Quando si doveva aiutare il partito radicale, sono andato a colloquio con mio suocero e mi ha dato l’ordine – spiega Di Filippo – Io sono uscito dal carcere e ho fatto una serie di vaglia per donazioni a nome mio, a nome di mia moglie, dei miei parenti». Ancora prima, ricorda «avevamo appoggiato l’onorevole Martelli, mi pare fosse del partito socialista, e prima ancora i democristiani». E nessuno – spiega – si è mai stupito di tali rapporti. «Non c’è mafia senza politica», ripete a più riprese.

I RAPPORTI CON I CALABRESI E Cosa Nostra – ci tiene a sottolineare – non è certo una monade. Ha sempre avuto rapporti con la ‘ndrangheta, che venivano gestiti direttamente dalla “cupola”. «Con lui non ho mai parlato di ‘ndrangheta, ma con Mangano, con Grigoli, con gli altri del gruppo nostro se ne parlava. Sapevo che le armi che noi avevamo, le acquistavamo dai calabresi». E fra le due organizzazioni c’era uno storico rapporto di collaborazione. «Una volta – dice -ci hanno chiesto una mano per un grosso traffico di droga, che noi abbiamo fatto arrivare nel nostro territorio e glielo abbiamo fatto scaricare nel mare del nostro territorio». Non è in grado di ricordare il nome del clan, ma si tratta di una «famiglia che sta sia a Reggio Calabria che a Milano e che aveva contatti diretti buonissimi con noi».

IL COLLABORATORE IRREPERIBILE E di rapporti fra organizzazioni diverse, come dei legami fra alta massoneria, mafie e politica avrebbe forse dovuto parlare anche il pentito Marino Cosimo Pulito, ex pezzo da Novanta della Sacra Corona Unita che in passato ha rivelato di aver assistito ad una telefonata fra Licio Gelli e Giulio Andreotti per “sistemare” in Cassazione un processo a carico dei fratelli Modeo. Ma questa mattina è risultato «irreperibile» per il servizio centrale di protezione. Ma sul perché – al momento – non è stato fornito alcun dettaglio.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

L’articolo «Dc, socialisti, Radicali e Berlusconi: tutti hanno trattato con la mafia» proviene da Corriere della Calabria.

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