Alla rincorsa di una cosa. Lucas e il ’68

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Ma dove correte? Tre ragazzini, eskimo e giaccone, divertiti, fieri, tre bandiere in spalla. Corrono verso il fotografo, Uliano Lucas, quindi corrono verso di noi che li guardiamo cinquant’anni dopo.

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Uliano Lucas: Giovani del movimento studentesco in piazzale Accursio, Milano, 1971. © Uliano Lucas, g.c.

Noi siamo il loro futuro. Loro ci vedono? Siamo come speravano che saremmo stati? Lucas, milanese, grande freelance (e grande free lens, lente libera), oggi anche storico del fotogiornalismo: allora un ragazzino ribelle, anche lui, di venticinque anni. I suoi tre quasi coetanei oggi sono in copertina del suo Sognatori e ribelli, immagini di allora e parole di oggi per “far ripartire il fermo immagine” del gigantesco archivio del nostro più grande fotografo dell’epopea della rivolta operaia e giovanile, negli anni in cui “il sogno di una cosa” sembrava a portata di mano.

Uliano, dove correvano realmente quei ragazzi?

“In piazzale d’Accursio, zona Bovisa. C’era uno sciopero all’Alfa Romeo. Forse erano arrivati tardi, correvano per raggiungere il corteo”.

Gli studenti che rincorrono gli operai…

“Sì, suona metaforico, ma permetti, a me colpiscono di più le facce, quasi da bambini. I loro vestiti quasi uguali, ma diversi da quelli dei loro fratelli maggiori in giacca e cravatta. Era partito il viaggio di una generazione e loro si affrettavano per raggiungere la libertà. Anzi, la felicità”.

Niente di meno?

“Chi ha vissuto quegli anni coltivava un’utopia, che utopia è se non promette la felicità?”.

L’hanno raggiunta?

“Hanno raggiunto qualcosa. Chi parla di fine dei sogni non sa quel che dice. Fu un’avventura, per molti l’unica della vita, da cui uscirono cambiati. Ne uscì cambiato anche questo paese. Erano una minoranza, ma trovarono un paese conservatore, bacchettone, oppressivo, e ne lasciarono uno ben diverso”.

Corrono verso di te. Oggi hai l’età di un nonno. Come li giudichi?

“Non ho fatto questo libro per tirar fuori delle sentenze. Ho cercato ottanta fotografie che partissero dalle storie e portassero ai pensieri di oggi. Son passati cinquant’anni, due generazioni del Novecento. Quando vado in giro a mostrare le mie vecchie foto mi rendo conto di quanto sia difficile far capire che quell’Italia era moralmente in mano alla Chiesa, economicamente di pochi grandi padroni, dissanguata da un’emigrazione di un milione di persone dal sud arcaico al nord produttivo, un flusso umano che creò il miracolo economico. Le donne abortivano sul tavolo delle mammane. Era un mondo vecchio, vecchio, e fu una storia nuova quella che vidi”.

Tu stesso eri uno di quei ragazzi refrattari e ribelli, no?

“Sì, ma con una formazione libertaria che mi salvò anche dalle nuove mitologie. L’idea di lavorare in fabbrica non mi dava emozioni epiche, ma senso di oppressione. Avevo scelto un lavoro che non sembrava un lavoro, la fotografia. In quella grande baraonda trovai la continuazione di quel che avevo imparato in una bettola di Brera, in mezzo alla bohème degli artisti. I cortei mi sembravano come il bar Giamaica, uno scontro di mondi, dove si va per capire se stessi, cambiare e cambiarsi”.

Che cosa decidesti di fare, con quei cortei?

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Uliano Lucas: Corteo operaio alla Bovisa, Milano, 1969. © Uliano Lucas, g.c.

“Li raccontavo. I giornali volevano fotografie tutte uguali. Quelli conservatori, foto che mostrassero quanto fossero minacciosi. Quelli di sinistra, quanto fossero combattivi. In entrambi i casi, volevano foto viste da fuori. Io ci entravo in mezzo. Non avrei mai fatto un Quarto stato di Pellizza da Volpedo. Scoprii che la bellezza del reportage era stare in mezzo, fisicamente e moralmente. Che il racconto c’era solo se giravo fra gli operai su un piano di parità, parlando con loro, amandoli”.

Ma ai giornali piacevano quelle foto?

“Spesso no. Ho faticato anche con i giornali di sinistra. Erano in arretrato proprio rispetto a quello che voleva fare il ‘68: modernizzare il paese e anche lo sguardo. Ma ringrazio grandi testate come l’Espresso, o il Tempo di Nicola Cattedra, giornali di una borghesia illuminata che capironoo l’importanza della forte presenza del fotografo”.

Puntavi l’obiettivo sulle facce. Una per una.

“Dentro il corteo non ci sono più masse, ci sono persone. Guardavo i volti, c’era un’antroplogia dell’Italia, anche prima di sentirli parlare capivi che quello era milanese, quello veniva dal sud. A un metro di distanza sei costretto a farti vedere, a dire chi sei, a parlare. Ci conoscevamo. Mi vedevano arrivare e mi sfottevano, ‘Ecco c’è Uliano, il corteo può partire’. Era un modo divertente per farmi capire che avevano capito. Loro si donavano, avevano capito che li guardavo e gli volevo bene”.

Ma per te non finiva lì.

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Uliano Lucas: Domenica mattina sul Lungopo Diaz, Torino, 1972. © Uliano Lucas, g.c.

“No, io li seguivo. Nei quartieri dormitorio, Gratosoglio, Quarto Oggiaro, nelle assemblee di periferia dove i dialetti si confondevano, nelle scuole dei figli. Negli ospedali dei vecchi. Nelle loro case. Quante pastasciutte mi hanno offerto. Anche al supermercato, anche la domenica in gitarella, la mamma col bimbo che frigna e il papà col transistor per il calcio. Tornavo più volte. Se non fossi riuscito a capire come vivevano, le loro aspirazioni, i loro gesti quotidiani, le loro debolezze, avrei fatto foto superficiali. Li ringrazio di avermelo permesso. Guarda la foto con gli operai della Fiat che lavano le macchine sul Po, per me fu una rivelazione, non c’era solo la lotta dura, volevano disperatamente un altro tipo di vita, soddisfacente, umana, tranquilla”.

Hai scritto dell’icona del ’68 francese, la “Marianna del Maggio”. Perché non esiste una icona fotografica del ’68 italiano?

“Per colpa nostra. Noi fotografi non eravamo preparati, arrivammo in arretrato dentro un paese arretrato. La maggior parte di noi lavorava per le agenzie, faceva quel che i giornali chiedevano, la foto del corteo di somari che non vogliono studiare o di fannulloni che non vogliono lavorare. Tranne alcuni, non c’era nei fotografi la minima idea di cosa fosse un racconto fotografico, un reportage”.

Eppure in queste pagine sono tante le tue icone. Quella dell’emigrante con la valigia e il cartone davanti al Pirellone, ad esempio: me la racconti?

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Uliano Lucas: Immigrato sardo davanti al grattacielo Pirelli, Milano, 1968. © Uliano Lucas, g.c.

“Sono molto affezionato a quell’uomo e a quella foto. Ero alla stazione Centrale, cercavo di raccontare lo sbarco degli emigranti. Capii che non dovevo fotografarli lì, ai piedi del vagone, confusi e agitati. Quello era miserabilismo, spettacolo neorealista. Li aspettavo fuori, nella piazza dove avveniva il primo contatto con la città sconosciuta. Quest’uomo, come tanti, si era fermato, aveva tolto di tasca un biglietto spiegazzato con l’indirizzo. Era un posto nell’estrema periferia sud. Come facevo con tutti, gli diedi qualche suggerimento, che autobus prendere. Veniva da Olbia. Io ero giovane, ma avevo viaggiato. Potevo chiedere al migrante di  Gioiosa Ionica se là c’era ancora il bar Tripoli. Si aprivano sorrisi, scattava la relazione. Feci qualche passo con lui, lasciò che lo fotografassi. È l’immagine di un trauma antropologico, di uno scontro fra due mondi”.

Nel libro, accenni al tuo passaggio dalla Leica alla Nikon come di un cambio di sguardo, Puoi spiegare meglio?

“Quello che volevi fotografare allora si muoveva con una velocità straordinaria. La Leica era oil grande strumento di un altro fotogiornalismo, più lento, più premeditato. Le fotocamere hanno un’anima e un’epoca. Io avevo di fronte una cronaca e volevo trasformarla in reportage: dovevo muovermi alla sua stessa velocità. Il mirino reflex mi permetteva di non perdere mai contatto, gli obiettivi estremi, grandangolare, tele, di modulare la distanza e la selezione del campo. Ma resto convinto che il vero strumento fosse la volontà di capire che cosa fotografare. La maggioranza dei fotografi di allora era abituata a fotografare il potere. Non riuscivano a capire che cosa ci fosse da fotografare”.

Poi tutto finì. La conclusione del tuo libro è amara, parli di età del sospetto.

“Durò il tempo giusto. Ci bastò per vedere. Poi, con le bombe e col terrorismo, il fotografo diventò sospetto, un delatore. E i giornali vollero morti sul selciato e facce dietro le sbarre. La fotografia tornò ad essere una merce. Non c’era più voglia di partecipare per raccontare”.

Il ’68 ha cambiato l’Italia. Ha cambiato anche la fotografia?

“La mia sicuramente. La spinta di quegli anni mi ha portato lontano, continuai a cercare quell’aspirazione alla libertà dove esplodeva nel mondo. Mozambico, Portogallo, Palestina. A Sarajevo incontrai alcuni dei ragazzi che avevo fotografato nel ‘68. Cresciuti, con le organizzazioni umanitarie portavano soccorsi e viveri agli assediati”.

Continuavano la corsa di quella foto.

“Quei ragazzi avevano una meta, non so se l’hanno raggiunta, ma hanno rifiutato di fermarsi. Molti si sono persi, ma la maggioranza ha proseguito con dignità e coerenza. Le mie fotografie sono ferme. Ma la realtà ha continuato a muoversi”.

[Una versione di questa intervista è apparsa su Il Venerdì di Repubblica il 2 novembre 2018]

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