Umane, molto umane. Le fotografie dell’era social

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Pubblico una parte della mia prefazione al libro di Anna Fici, Nella giostra della social photography.

Questo libro utile e pensoso racconta del posto che la fotografia, così antropologicamente giovane, si è conquistata nel fondo delle nostre abitudini, radicandosi nel basamento inconscio delle nostre vite.

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Silvio Canini, Nella sfera dei social network, installazione per SiFest Savignano sul Rubicone, 2017

Quel posto, abbiamo creduto per quasi due secoli fosse quello di un linguaggio visuale altamente formalizzato, erede legittimo di tutti gli altri protocolli tecnici per la produzione di immagini inventati dall’uomo dai tempi di Lascaux e di Altamira. Con la sola, singolare differenza che la sua materia prima sono forme prelevate otticamente dal reale, anziché ricreate mimeticamente dalla mano agli ordini della memoria. Ma per il resto, del tutto simile ai dipinti, alle sculture, ai disegni nel funzionamento sociale e, nei casi migliori, nell’aspirazione alla bellezza.

Duecento anni scarsi non sono tanti, per un linguaggio. Non bastano a maturare tutte le potenzialità nascoste nella sua identità specifica. La storia della fotografia che conosciamo è stata forse solo la storia della sua infanzia, in senso etimologico: incapacità di parlare con voce matura.

Bene: sta ora succedendo qualcosa, nella fotografia, con le fotografie, che non combacia più con quello schema tradizionale e verticale, autore-opera-destinatario. Le fotografie, milioni, miliardi di fotografie, ora saturano caoticamente il piano tutto orizzontale, isotopo, isotropo, isobaro, della relazione fra persone.

Ma questo esito era forse già nascosto nel cuore della fotografia. Stava acquattato negli album di famiglia, nelle fotografie scambiate tra fidanzati, nei ritratti dei figli usi in un portafogli, in tutte quelle fotografie la cui esistenza era più efficiente e necessaria della loro forma. Tutto questo era nascosto nel cuore della fotografia, ma a lungo compresso dai limiti materiali della sua condivisibilità analogica entro piccole reti familiari o amicali.

La possibilità tecnica della condivisione, anzi della disseminazione universale e simultanea, ha fatto esplodere quella cosa nascosta. Con una rapidità e in dimensioni che possono perfino fare paura. La definizione di fotografia, data per scontata e immutabile, ne è stata sconvolta. Un paradigma culturale costruito in quasi due secoli è stato demolito nel giro di una manciata di anni.

Come sempre accade, le rivoluzioni copernicane producono ansia culturale, panico politico e reazioni di difesa. Nell’incapacità di far rientrare la fotografia dei social nel vecchio paradigma, la fotografia stessaè stata frettolosamente dichiarata morta, al suo posto si paventano invasioni di “immagini” mutanti e decerebrate, una peste visuale sembra contagiare le menti delle masse instupidite dall’aggeggio multimediale e iperconnesso che portano in tasca.

Eppure quel che è successo è estremamente semplice. Leggerete che “la fotografia come sede e/o supporto di un discorso pubblico a larga partecipazione, è la novità dell’era digitale”. Definizione limpida. Un medium verticale è diventato orizzontale, un linguaggio settoriale e rigidamente regolato è diventato un linguaggio universalmente disponibile e mutevolissimo.

Leggerete ancora che la pratica della fotografia nell’era dei social “non ha più a che fare con l’accesso al mezzo, ossia con una diversa distribuzione delle possibilità materiali, benì con l’accesso all’uso linguistico della fotografia“. Perfetto. Ma quale mai epidemia letale può nascere dall’estensione dell’accesso a un linguaggio? Quali danni può fare la democratizzazione di uno strumento relazionale, se non a chi ne vantava e ne sfruttava un uso privilegiato, come professionista, o come teorico, studioso, fotologo, editor, critico, curatore (aggiungete pure qualsiasi altro mestiere legato a una pretesa “competenza fotografica”)?

Naturalmente, questa è solo la parte bella della filastrocca. Volta la carta, e ci sono i nuovi poteri. Alle spalle di questa meraviglia di orizzontalità felice si staglia, confusa ma possente, l’ombra di imponenti minacciose predatrici verticalità: i produttori di hardware, i progettisti di software, i gestori di piattaforme Web. Generatori di profitti giganteschi che sembrano scaturire magicamente dalla pura euforica gratuità; dittatori di etiche, estetiche, pratiche che sembrano autoregolarsi nella pura entusiastica spontaneità.

Basta quest’ombra di un nuovo dominio a liquidare come un inganno di profittatori la rivoluzione della fotografia nell’era della condivisione? Nei decenni passati, colossali fortune imprenditoriali, e gigantesche posizioni di potere, furono costruite sulla gestione delle reti telefoniche. Ma chi direbbe che, per questo, la telefonata fra due fidanzati lontani è finta, posticcia, addirittura insana e colpevole?

Un nuovo scenario tecnologico ha consentito alla fotografia di realizzare la sua promessa nascosta. Per due secoli ha dovuto accontentarsi di essere, rimanendo nel solco e nei limiti dei medium che la precedettero, una immagine-oggetto. Ma la fotografia, lo aveva intuito e detto Philippe Dubois, è una immagine-atto. Non è una sostanza, ma una esperienza. Non è un fatto, ma una relazione. Bruscamente, ha abbandonato il suo posto nello scaffale delle arti dell’homo faber per scendere nell’agorà dell’animale sociale, e qui mettersi a disposizione del repertorio semiosico della relazione, come uno fra i tanti linguaggi vuoto-a-perdere di cui disponiamo per agganciare il nostro Io ad altri Io e alla moltitudine della recita sociale: ovverosia i gesti, la prossemica, l’abbigliamento, la mimica facciale, i suoni, i versi, le risate, perfino gli odori corporali, naturali o artificiali.

Nulla vieta, naturalmente, che si possano produrre ancora, con la fotografia, tutti gli oggetti pregiati che si facevano prima. Anche coi gesti si può fare arte: si chiama danza, o teatro. Si tranquillizzino dunque gli artisti. E pure i professionisti, dopo tutto anche lo scambio mercantile fa parte delle relazioni umane. La nuova dimensione della fotografia non ruba nulla a nessuno, semmai aggiunge.

Può però essere rubata. Confiscata, imbottigliata e rivenduta. I social non sono piazze libere. Hanno padroni. Ma questa, mica è una sorpresa, nella storia delle immagini. Fa benissimo questo libro a ripartire da Pierre Bourdieu, dalla sua celebre inchiesta sui fotoamatori e dalla sua memorabile definizione del fotografabile come quella porzione limitata di immaginario che è autorizzata a coltivare una specifica classe sociale in uni specifico contesto di potere. È sotto questa prospettiva, e non ripetendo la trita giaculatoria del narcisismo dei like, o peggio della improvvisa demenza estetica di massa, che un Bourdieu di oggi dovrebbe studiare l’immaginario della condivisione. Sapendo però che esiste sempre una dialettica fra imposizione e bisogno, fra usi imposti e usi rivendicati e magari ribaltati (è la storia del selfie, immagine topica di inizio millennio che nessuno aveva previsto e tantomeno programmato – nelle intenzioni dei progettisti, la fotocamera anteriore doveva servire per le videoconferenze).

Uno studio non apocalittico, non tecnofobo, non declinista delle funzioni della fotografia nell’era dei social dovrebbe riconoscere, descrivere e salvare (sì, anche dalla “vorticosa giostra dei social“, come promette l’autrice nelle ultime righe) quel cuore caldo del fotografico, quella capacità di “creare contraccolpi” nelle relazioni fra esseri umani che appare come una folgorazione sul finire di questo libro, agitando l’impassibilità scientifica con il perturbante sospetto che la fotografia sia qualcosa che si è insediata molto, molto profondamente nella nostra umanità.

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