JaazMI: John Zorn e Bill Laswell a Milano

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John Zorn & Bill Laswell a JazzMI
di Mario Gazzola
“Forse il concerto più importante di questa rassegna”, viene incoronato nella presentazione al microfono il duo principe dell’avanguardia, prima ancora di salire sul palco del milanese Teatro Dal Verme. In effetti, messi insieme, il sassofonista di New York e il bassista di Salem assommano una discografia da intimidire Frank Zappa e Miles Davis (numi tutelari della loro tuttologia sonora), che spazia a 360° dai picchi impervi dell’avanguardia più dissonante alle concilianti risacche dell’ambient, rimbalzando senza sosta tra jazz (free e non), rock (dalla new wave al pop fino ai fragori grindcore), funk, dub, etno, klezmer, contemporanea colta, jungle e… no, non c’è musica che non abbiano assorbito.
E, tra le mille derive, avevano anche già devastato orecchie insieme, nel terzetto Painkiller (7 album dal ’91 al 2005) col batterista dei Napalm Death Mick Harris, con cui affondavano spietati coltelli thrash metal nel cuore del free jazz per far sembrare Ornette Coleman uno stornellatore. Sicché, se di una band si può ancora dire “non si sa cosa aspettarsi”, questi sono loro. Che stavolta, smentendo il timore di nuove devastazioni auricolari, esibiscono per la rassegna JazzMI un mood assai più suadente e notturno.
In piedi in mezzo a un grande palco spoglio, suonano rilassati senza quasi mai guardarsi, come se ognuno dei due viaggiasse nello spazio su una propria navicella spaziale solista: Laswell introduce il primo brano cavando dal suo basso note profonde che fanno vibrare i legni della sala, ma armeggiando con una nutrita pedaliera di effetti riesce ad estenderne le sonorità verso la scala della chitarra elettrica, talvolta dandoci l’impressione che addirittura suonino insieme un basso una chitarra e un sintetizzatore. Zorn mostra che con quel contralto oltre che urlare sa anche suonare, evocando dai tombini bagnati milanesi il fantasma noir di un John Lurie desertificato dalle Lucertole da Lounge.
Ci avvolge un’atmosfera che quasi si direbbe blues-swing-bop con dilatazioni psichedeliche, ma sottovoce, per tema d’essere contraddetti da un improvviso barrito selvaggio che ci rituffi di colpo nella malabolgia delle urla primordiali. Invece Zorn s’inerpica solo raramente sui picchi più free delle sue chiavette, talvolta picchiettandosi sul diaframma cercando effetti di vibrato, oppure tamburellando direttamente i piattelli delle chiavi, infilando la campana del sax sul microfono in modo da amplificarne il suono trasformando l’ottone in una minibatteria di percussioni.
Il primo tempo del concerto scorre via nell’arco di due lunghe improvvisazioni, che se non lo sono lo sembrano benissimo e che occupano da sole circa tre quarti d’ora. I due guru escono di scena ringraziando per il caloroso torrente d’acclamazioni che li avvolge. Rientrano dopo pochi minuti: ringraziano e mandano bacetti, ma non sfiorano neanche gli strumenti. Sarà una nuova performance à la Cage o dobbiamo pensare che è davvero tutto già finito? Ritornano beatamente ai camerini. Lo scroscio d’applausi e le chiamate in scena non demordono. Finalmente gli indocili riguadagnano il proscenio e tornano ad imbracciare le rispettive armi di battaglia: parte il secondo tempo, che ci condurrà in uno degli assalti sonori più bellicosi, marca Painkiller-senzabatteria per… circa due turbolenti minuti. Altra bordata d’applausi, altri affettuosi saluti. Ma stavolta è finita davvero.
Si accendono le luci poco dopo le 22, in America non hanno ancora chiuso le urne delle elezioni più attese/temute per capire se gli USA che ci attendono torneranno ad essere quelli razzisti in cui il jazz nacque o quelli libertari in cui divenne avant garde della musica del mondo intero, ma qui nessun entusiasmo smuoverà gli intransigenti avanguardisti; ed è un vero peccato (penso a quelli che hanno pagato i posti nelle prime file in ragione di un euro al minuto di musica), anche perché se ci fosse già un disco pronto al banchetto con le evoluzioni del duo ce lo saremmo comprati subito. E in tanti (quelli disponibili del passato catalogo zorniano Tzadik sono stati saccheggiati). Speriamo che prima o poi arrivi comunque.
Intanto JazzMI avanza: altri grandi bassisti, come Biréli Lagrene e Ron Carter, si preparano a raccogliere il testimone del Laswell alle 4 corde. Ma stasera è stata la volta del jazz français di Camille Bertault e Mariane Mirage.
Noi torniamo della mischia, sempre sperando in un mondo multirazziale che nutra le sintesi di domani.

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