Elezioni midterm: Trump è un’anatra zoppa?

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Il 6 novembre si sono svolte le elezioni di midterm americane per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti (435 rappresentanti), un terzo del senato (35 membri) ma anche di 36 governatori locali. Questa tornata elettorale è un importante termometro politico per misurare il sentimento dell’opinione pubblica circa l’operato del presidente e questo evento è importante da analizzare poiché Donald Trump è di certo il presidente più contestato della storia americana.

I democratici conquistano la maggioranza alla Camera ma i Repubblicani la mantengono al Senato. Dunque ora Trump dovrà governare in una fase conflittuale tra i due rami del Congresso, ma si può parlare di rimonta democratica? Fino ad un certo punto.

Se è certa la vittoria dei Dem alla Camera dei Rappresentanti, non si può parlare di una Caporetto Repubblicana a causa della limitatezza dei seggi conquistati dai blu: se si considera che la maggioranza alla camera è di 218, uno scarto così risicato non si può definire una vera vittoria. Se confrontato con i dati delle elezioni di metà mandato che coinvolgevano altri presidenti come Barak Obama, Bill Clinton o George Bush, si può notare come Trump abbia avuto la sconfitta meno pesante.

Ciò che invece rappresenta un trionfo per il sistema è la grande affluenza alle urne, che per questo tipo di elezione, sono solitamente più basse. Questa conseguenza viene spiegata dalla capacità sia dei democratici di mobilitare il proprio elettorato di appartenenza e sia l’elettorato antitrump sempre più incentivato ad esprimersi, sia dei repubblicani che, durante questi primi due anni di mandato presidenziali, si sono compattati verso un presidente all’origine contestato dal suo stesso establishment.

Si può però notare come la vittoria di alcuni candidati siano simbolici per questa tornata elettorale: Ayanna Pressley diviene la prima donna afroamericana eletta alla Camera (Massachusetts), Ilhan Omar (Michigan) è la prima rifugiata africana eletta al Congresso, Rashida Tlaib (Minnesota) è la prima donna musulmana eletta, nel distretto di New York la ventinovenne Alexandria Ocasio-Cortez è la più giovane eletta al congresso, Sharice Davids (Kansas) è la prima nativa americana eletta, Jared Polis (Colorado) diviene il primo governatore dichiaratamente gay, Marsha Blackburn è invece la prima donna eletta al Senato (Tennessee). Il trionfo di questi candidati è la vittoria simbolica delle minoranze che il presidente in carica ha fortemente criticato e osteggiato. Proprio le donne sono state le vere protagoniste di questa tornata elettorale sia per il numero di candidate sia per la forte affluenza, un esito simbolico se confrontato con gli scandali che hanno coinvolto Trump (proprio l’inchiesta su Brett Kavanaugh è stato un enorme fattore di traino dell’elettorato femminile).

Dunque queste votazioni sono un importante fattore di analisi del contesto politico americano e in particolar modo dell’operato di Trump. Probabilmente questo ‘sorpasso’ democratico alla Camera dei Rappresentanti potrà permettere di avviare una serie di inchieste verso il presidente o addirittura l’impeachment, ma siamo ben lontani da una vera e propria rimonta elettorale in vista delle presidenziali 2020. Il partito dell’asinello è impegnato in un ripensamento interno, alla ricerca di una nuova strategia volta ad individuare il candidato presidente che potrà sfidare l’egemonia repubblicana dell’esecutivo. Forse la contraddittorietà trumpiana, la sua irriverenza dovranno essere contrastati da un candidato altrettanto forte in grado di conquistare la stessa attenzione che lui è in grado di monopolizzare,  nel bene ma soprattutto nel male.

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