Agricoltura. Parla Ettore Prandini, neopresidente Coldiretti: “Tutelare territorio, sicurezza cittadini e prodotto italiano. Strategico il ruolo della donna”

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Ettore Prandini, 46 anni, lombardo con tre figli, è da oggi (7 novembre) il nuovo presidente nazionale di Coldiretti. È stato eletto all’unanimità dall’Assemblea dei delegati di tutte le regioni riunita presso Palazzo Rospigliosi a Roma, sede della maggiore organizzazione di imprese agricole d’Europa con 1,6 milioni di associati. Laureato in giurisprudenza, Prandini guida un’azienda zootecnica di bovini da latte e gestisce un’impresa vitivinicola; dal 2006 è alla guida di Coldiretti Brescia; dal 2012 al vertice di Coldiretti Lombardia. Lo abbiamo incontrato pochi minuti dopo la sua proclamazione.

Presidente, in un momento di grandi cambiamenti e sfide per il Paese, in questi giorni devastato anche dal maltempo, quali sono le priorità?
I danni subiti dalle imprese agricole a causa dell’ultima ondata di maltempo ammontano a più di 1 miliardo di euro, ma negli ultimi dieci anni sono stati di oltre 14 miliardi. Questo dimostra che non si tratta di un evento eccezionale, come qualcuno vorrebbe far credere, ma di una situazione che purtroppo negli anni si ripete e si è consolidata perché

non c’è stata quella attenzione per il territorio che noi da tempo chiediamo.

Paghiamo le conseguenze di incuria e abbandono. La prima richiesta che facciamo alle istituzioni è una politica per sostenere l’agricoltura di montagna e la presenza dell’uomo che garantirebbe la pulizia del sottobosco. Occorre pensare a misure di defiscalizzazione per le attività agricole, forestali e turistiche svolte in montagna e in alta collina garantendo così redditività alle imprese che operano su quei territori. Sarebbe il presupposto per un ricambio generazionale e per evitare l’abbandono di quelle aree.

Questa mattina Coldiretti ha illustrato un piano in 10 punti contro il dissesto idrogeologico. A chi è destinato?
Nei prossimi giorni intendiamo presentarlo al governo con l’obiettivo di creare le condizioni per avere risposte chiare e certe da parte delle istituzioni. Occorre mettere in sicurezza il Paese:

con una seria pianificazione territoriale e un attento studio idrogeologico che individui le zone a rischio, anche fenomeni atmosferici estremi sarebbero gestibili risparmiando tante vite umane.

È paradossale che per tali eventi nel 2018 dobbiamo ancora contare dei morti. Per questo puntiamo sulla sistemazione degli argini dei fiumi, sul contrasto all’abusivismo, sulla riduzione di consumo di terreno fertile.

A che punto è la legge sul consumo di suolo?
Da cinque anni è depositata in Parlamento, ma purtroppo la sua discussione viene sistematicamente rinviata mentre il porre un freno al consumo di suolo agricolo sarebbe una prova di senso di responsabilità da parte delle istituzioni. Negli ultimi 25 anni abbiamo consumato 12,8 milioni di ettari di superficie agricola per destinarla alla cementificazione, che significa impermeabilizzazione del terreno con le drammatiche conseguenze che sono davanti agli occhi di tutti.

Oggi, per la prima volta, entra nella giunta confederale una donna.
Attualmente le donne sono un terzo degli imprenditori agricoli presenti sul nostro territorio e sono quelle che hanno portato la maggiore innovazione e attenzione sulle nuove possibilità di sviluppo e di internazionalizzazione. L’ingresso nella giunta nazionale di Maria Letizia Gardoni, già presidente dei giovani, testimonia che

il ruolo della donna non è di facciata ma è fondamentale e strategico per l’agricoltura italiana.

Perché siete contrari al Ceta, l’accordo commerciale di libero scambio tra Canada e Ue?
Il Ceta va rivisto perché non tutela a sufficienza l’agroalimentare italiano. Non basta avere inserito al suo interno una quarantina delle oltre 300 Dop e Igp; le denominazioni rimaste fuori possono essere copiate o utilizzate da parte di Paesi con i quali stringiamo l’accordo stesso. Ad esempio il Canada potrà utilizzare tutte le denominazioni italiane nella valorizzazione del suo prodotto agricolo, di fatto un falso made in Italy.

Qual è la posizione di Coldiretti nei confronti dell’Ue?
Vogliamo un’Europa che pensi non solo alle speculazioni finanziarie o al rating, ma anzitutto alla gente, nel rispetto delle diversità culturali, di tradizioni e di produzione tra i 27 Stati membri. Diciamo no a qualsiasi tipo di omologazione. Abbiamo la fortuna di avere un territorio che tutto il mondo ci invidia. Dobbiamo lavorare per valorizzarlo.

Perché definisce la Pac “una grande sfida” e ne auspica la riforma?
È paradossale che si parli di “un piccolo taglio”. Arriviamo solo al 27% del bilancio comunitario, quando storicamente l’80% di questo bilancio era destinato all’agricoltura, unico settore produttivo che, a differenza degli altri, non può avere aiuti diretti da parte degli Stati membri. L’unico finanziamento diretto che l’agricoltura può ottenere è in ambito comunitario mentre gli altri settori ricevono sostegni dalla Ue e dai rispettivi governi nazionali. Le imprese, inoltre, non devono essere sostenute in base alla loro superficie ma in funzione dell’occupazione che garantiscono, anche giovanile, della sostenibilità ambientale e del valore di produzione.

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