I muri a secco nel “Patrimonio Immateriale” dell’UNESCO – di Stefano Ardito

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Nelle Cinque Terre, qualche anno fa, hanno anche provato a misurarli. Tra Riomaggiore, Monterosso al Mare e Vernazza, nei secoli, generazioni di contadini hanno accumulato otto milioni di metri cubi di pietre, costruendo settemila chilometri di muri a secco a picco sul mare. Un reticolo di sentieri e scalinate, sempre in pietra, dava accesso ai fazzoletti di terra più remoti.

Un pezzetto di questa infinita muraglia, quasi cent’anni fa, è diventato famoso grazie a Eugenio Montale, che a Monterosso trascorreva le sue estati. “Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto” si legge nei suoi Ossi di seppia, una raccolta di poesie pubblicata nel 1925.

I muri di pietre delle Cinque Terre, e di tutto il resto del mondo, più che alla poesia fanno pensare alla fatica, durissima e quotidiana, degli uomini e delle donne che su queste terrazze hanno coltivato la vite, l’ulivo, qualche albero da frutto. 

La decisione dell’UNESCO di inserire l’Arte dei muretti a secco tra gli elementi immateriali del Patrimonio dell’Umanità è un riconoscimento a questa fatica e a questo lavoro, che ha plasmato per millenni le montagne, le colline e i litorali più impervi (come le Cinque Terre) del pianeta. 

Si tratta certamente di una vittoria per l’Italia, che è già presente nell’elenco dell’UNESCO con la Liuteria di Cremona, l’Opera dei Pupi siciliani, l’Arte dei pizzaiuoli napoletani e altre quattro abilità tradizionali. 

A presentare la candidatura, insieme all’Italia, sono stati Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

L’arte del Dry stone walling riguarda tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra ammassando le pietre una sull’altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, un po’ di terra a secco” recita il comunicato dell’UNESCO. 

I muri a secco sono una parte del patrimonio rurale e agroalimentare italiano. I paesaggi, le tradizioni e il saper fare sono elementi caratterizzanti della nostra storia e della nostra cultura” ha commentato poco dopo Gian Marco Centinaio, ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali e del Turismo. 

Alberobello, i trulli

In Italia, a promuovere la candidatura dei muri a secco per il Patrimonio dell’umanità sono state due regioni di mare come la Liguria e la Puglia. La prima, oltre che sulle Cinque Terre, tutelate da un Parco nazionale, ospita chilometri e chilometri di muretti nelle valli dell’Appennino e sulla costa di Montemarcello e Lerici. 

In Puglia, dove le architetture in pietra a secco dei trulli di Alberobello e Locorotondo attirano turisti da tutto il mondo, l’arte di costruire muri e muretti è stata avviata venticinque secoli fa dai Messapi. Anche oggi, dal Gargano al Salento, intorno ai borghi di case bianche e alle loro chiese medievali si estendono all’infinito i muri a secco. 

Queste umili strutture di pietra, però, sono ben presenti anche sulle montagne italiane. In Valtellina, sorreggono i pregiati vigneti della Sassella e dell’Inferno, gli ottimi vini rossi locali. Nella bassa Valle d’Aosta, proteggono i vigneti di Donnaz e di Arnad. 

Sul Carso, al confine tra l’Italia e la Slovenia, i muri eretti nel corso dei secoli fa dai contadini si affiancano a quelli, rafforzati qua e là dal cemento, che proteggevano le trincee della Prima Guerra Mondiale.        

In Sicilia, chilometri di muri a secco suddividono i boschi dei Nebrodi e gli aranceti della Conca d’Oro. In Sardegna, accanto agli umili muri che attraversano il Supramonte, si alzano le sagome in pietra dei nuraghe, le fortezze di pietra dell’Età del Bronzo. 

In Abruzzo, un’altra regione dove la pietra è ovunque, a migliaia di chilometri di muri a secco ordinari si affiancano le “caciare” del Teramano e le “tholos” della Majella. Degli edifici a cupola, costruiti a secco, che raccontano di una sapienza straordinaria.  

Gli stazzi delle nostre montagne sono lì da venti o venticinque secoli. Le loro pietre sono cadute e sono state rialzate molte volte. Ma la posizione, anche oggi, è la stessa in cui li hanno costruiti i pastori italici” spiega Edoardo Micati, studioso delle architetture tradizionali dell’Abruzzo.  

Gran Sasso, un vecchio stazzo di Campo imperatore

Negli ultimi decenni, a causa dell’abbandono dei campi, molti muri a secco delle Alpi e dell’Appennino sono crollati, e questo ha facilitato gli smottamenti del terreno. Altri muri sono stati ristrutturati malamente, con rinforzi in cemento o lamiere, per poi cadere rovinosamente. Gli esempi virtuosi sono pochi.  

Nelle Cinque Terre, che sono una meta famosa, il Parco ha organizzato per anni dei soggiorni nei quali i turisti, arrivati dagli Stati Uniti o dall’Australia, lavoravano a rimettere in sesto i vecchi muri. Sull’Etna, grazie al Parco che tutela il vulcano, a ricreare l’antico paesaggio dei muretti in pietra lavica sono stati gli ultimi scalpellini della zona.  

Il riconoscimento dell’UNESCO, all’Italia di oggi, dà due messaggi importanti. Invita tutti ad apprezzare la fatica dei contadini e dei montanari del passato, in ogni angolo del Belpaese. E ricorda a chi gestisce il territorio che queste opere hanno una funzione importante. 

I muretti a secco sono stati creati per l’agricoltura” sottolinea in un comunicato la Coldiretti. “Ma hanno un ruolo fondamentale nella prevenzione delle frane, delle inondazioni, dell’erosione e delle valanghe”. Sono un’opera del passato, ma possono aiutare il presente e il futuro.  

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