A 70 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo c’è ancora molto da fare

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È importante, è necessario festeggiare questo anniversario tondo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo il 10 dicembre 1948. Ovviamente tenendosi alla larga da ogni ovvietà e retorica, ma rilanciando il tentativo di dare una “costituzione” al mondo che usciva da una sconvolgente guerra di trent’anni: una prima guerra mondiale, poi l’esperienza dei totalitarismi, poi una seconda guerra ancora più devastante.
Si trattava di rimettere, come base necessaria per un processo di ricostruzione che non poteva non essere mondiale, così come lo erano state le guerre, la persona umana, titolare di diritti e di doveri, al centro della scena pubblica.

Un testo insomma di riferimento universale, un “diritto umano di tutti gli uomini” che però necessariamente è anche un programma.

Nel breve preambolo si afferma la necessità che ciascuno, non solo popoli e Stati, ma anche i singoli individui e “ogni organo della società si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione”.
Con la consapevolezza che il consenso su un testo frutto della convergenza delle migliori tradizioni culturali occidentali da parte dell’Assemblea Generale comporta otto astensioni e due assenze sui 50 membri delle Nazioni Unite dell’epoca. Astensioni che vengono in particolare dal mondo comunista e da quello islamico.
Ecco allora la duplice sfida che anche Papa Francesco ha ricordato in un recente, impegnativo messaggio inviato ad un convegno promosso dalla Fondazione Ratzinger e dalla Lumsa: “È opportuno non solo celebrare la memoria di quello storico evento, ma anche impostare una riflessione approfondita sulla sua attuazione e sullo sviluppo della visione dei diritti umani nel mondo odierno”.
Per attuare dunque i 30 articoli che illustrano i diritti di cui al catalogo del 1948 c’è molto da fare.

Basta ricordare tre punti, il diritto alla vita, i diritti dei migranti e dei profughi, il diritto alla libertà religiosa.

Ma – e Papa Francesco lo aveva sottolineato proprio ricordando l’anniversario di fronte al corpo diplomatico – “nel corso degli anni l’interpretazione di alcuni diritti è andata progressivamente modificandosi, così da includere una molteplicità di nuovi diritti, non di rado in contrapposizione tra loro”. Con il rischio di una “colonizzazione ideologica”, di una “giuridificazione dei desideri”. Finisce coll’essere in discussione il concetto stesso di persona umana.
Nelle mutanti coordinate culturali del sistema globalizzato c’è dunque una competizione in corso, dove serenamente cimentarsi con lo stesso spirito che portò al risultato del 1948: un dialogo che parte ed arriva alla concretezza ed all’oggettività della condizione umana.

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