Chi sono, cosa fanno e cosa pensano gli italiani secondo il 52° rapporto Censis

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Brutti, sporchi e cattivi. Il film del 1976 di Ettore Scola che raccontava la vita in una baraccopoli alla periferia di Roma ha anticipato di 42 anni una realtà che viene oggi fotografata dal 52° rapporto del Censis. L’istituto di ricerca fondato da Giuseppe De Rita,nel capitolo su “La società italiana nel 2018” parla di una paese in preda ad un “sovranismo psichico, prima che politico” nel quale dopo il rancore è arrivato il momento della cattiveria, con il 75% degli italiani che addossa agli immigrati l’aumento della criminalità, mentre per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare. E se il 67 % guarda al futuro con paura e incertezza, a certificare il tracollo della fiducia ecco il -6,3% del potere d’acquisto delle famiglie e, soprattutto, i dati dell’emergenza lavoro con la scomparsa dei giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, oggi sono appena 143). A incattivire gli italiani ha contribuito la delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento che è stato declamato a più riprese ma senza mai tradursi nei fatti.

Estratti dal 52° rapporto del Censis

Dei 28 paesi dell’Unione Europea, l’Italia è il paese meno convinto che l’appartenenza all’Ue abbia portato
benefici. Un dato inferiore anche a quello della Gran Bretagna  prossimo alla Brexit. Soltanto il 42% degli italiani ritiene che far parte dell’Unione Europea sia “una buona cosa”, rispetto alla media del 62% degli altri paesi membri.  Per una importante fetta di italiani – il 37% – far parte dell’Unione Europea “è una cosa né buona, né cattiva” (25% media Ue), mentre per il 18% “non è una buona cosa” (11% media Ue). Il 3% non sa (2% media europea).

L’Italia è il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania.

Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita.

Su 100 italiani 30 si dicono “arrabbiati perché troppe cose non vanno bene e nessuno fa niente per cambiarle”; 28 “disorientati” in quanto ammettono di “non capire cosa stia accadendo”; 21 vedono “negativo: le cose andranno sempre peggio”;e soltanto altri 21 guardano invece alla realtà con uno stato d’animo “positivo” in quanto “viviamo un’epoca di grandi cambiamenti” e riferiscono di “avere fiducia nel futuro”.

Il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom, il 69,4% persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani, quota che raggiunge il 57% tra le persone con redditi bassi.

Emergono segnali di allargamento della forbice sociale nei bilanci delle famiglie. Negli ultimi cinque anni la capacità di spesa delle famiglie italiane ha mostrato un progresso. La quota che dichiara un aumento della capacità di spesa rispetto all’anno precedente ha raggiunto il 31,9% del totale. Quelle che  invece hanno visto un peggioramento sono oggi il 15%.

Ancora oggi l’89,8% delle auto  immatricolate è alimentato a benzina o a gasolio. Ma in futuro –
secondo un terzo degli italiani – l’auto (verosimilmente elettrica) sarà usata solo dalle famiglie benestanti.

Il 52,3% pensa  che l’energia sarà oggetto di razionamento e i costi d’accesso diventeranno molto elevati. E – alla luce di questo  sviluppo – il 36,4% ritiene molto probabile che nel 2050 il possesso  di un’auto sarà garantito solo alle fasce benestanti della  popolazione.

Oggi il 78,4% degli italiani utilizza internet, il 73,8% gli smartphone con connessioni mobili e il 72,5% i social network. Nel caso dei giovani (14-29 anni) le percentuali salgono rispettivamente al 90,2%, all’86,3% e all’85,1%.

I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali nel 2017 rispetto al 2007), ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell’ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati.

La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2%) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente «fondamentale» per poter essere una celebrità. Allo stesso tempo, un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi semplicemente non esistono più. E comunque appena uno su 10 dichiara di ispirarsi ad essi come miti da prendere a modello nella propria vita (il 9,9%). In più, il 41,8% crede di poter trovare su internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani).

Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258, col tracollo degli sposalizi religiosi (- 33,6%) non compensato dall’aumento di quelli civili (+14,1%). Le separazioni sono aumentate dalle 80.407 del 2006 alle 91.706 del 2015 (+14%), mentre i divorzi, anche per impulso della legge sul «divorzio breve», sono raddoppiati (da 49.534 del 2006 a 99.071 del 2016). Ma il vero boom è dei single, che sono aumentati del 50,3% dal 2007 al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni.

Ben 49,4 milioni di italiani  soffrono di piccoli disturbi, come mal di schiena, mal di testa e altri, che finiscono con il condizionare la funzionalità e la qualità della vita quotidiana. Contro questi malanni il 73,4% si è detto convinto che sia possibile curarsi da solo, con un incremento del 9,3% rispetto al 2007.  Nella tutela della salute e nel rapporto con la sanità è sempre più diffuso il principio dell’autoregolazione
della salute, nel solco del sapere esperto.

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